LSDU – 2.8 – Addio a Rotholórien

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Capitolo precedente: 2.7 – Lo speculum di Calabròtt

Capitolo VIII

Addio a Rotholórien

«Vabbè, si è fatta una certa. Fuori dai piedi!» disse con voce imperiosa Calabrótt.

«ASPETTATE!» urlò istericamente Cacasótt, che era rimasto silente fino a quel momento. «Abbiamo alcuni regali per voi. Beh, non specifici per ognuno di voi, ma generici per chiunque giunga a farci visita. È una nostra tradizione. Oh, sono regali di merda, beninteso, ma qui si usa così».

«Daje 'sti cazzo de regali e che se ne vadano a fare in culo!» aggiunse impaziente la dolce Dama Immortale, nell'antica lingua. «Ma sbrighete però, che già me so' persa l'Orgione Bendato del Vespro».

«Lascio a te l'onore, mia dolce principessa» disse con tenerezza Cacasótt.

«E distribuiamo 'ste minchiate…» sbuffò inquieta la bionda creatura. «Tu intanto, marito mio, allieta l'atmosfera con qualche soave canzone dei nostri luoghi».

«Mah, non è che ne avrei tanta voglia» rispose Cacasótt annoiato.

«CANTA PER LA MADONNA!! TE DEVO PJA' A CARCI 'N FACCIA COME L'ARTRA VORTA? NO, BASTA CHE LO DICI, EH!».

Immediatamente una celestiale canzone in falsetto si levò nella radura, rasserenando tutti i cuori.

«Per te, Abracomecazzotechiami, un mediocre fodero per la tua spada. Non c'è bisogno di fare quel sorrisino da ebete, certo che è un doppio senso! Solo che sarà per la prossima volta perché io questa serata a Corte di Dama Pompadour col cazzo che me la perdo. E sì, c'è un doppio senso pure qui!».

«Per te, Bromur di Condor, ecco una cintura (di castità) in oro finto. Daje 'na lavata prima di usarla perché mio marito l'ha provata per diletto questa mattina».

«Perché oro finto?» domandò lui sconfortato.

«Non spreco mai doni preziosi per chi non arriva a vedere la fine del mese».

«Non comprendo le tue arcane parole, mia Signora» ribadì Bromur.

«Non ti preoccupare, e goditi questa bella giornata di sole».

«Per voialtri, piccoli scarafaggi Hobbyt — ma il DDT che spargiamo nei boschi non fa più effetto?» disse Calabrótt rivolgendosi a Coso e Quellaltro, «ecco altre cinture dello stesso tipo. Di legno però, perché siete ancora più insignificanti di 'sto cretino con i capelli a scodella. E pure voi…» ma non finì la frase.

«Lego, Elfo pelato dal posticcio parruccone, ecco a te un maestoso arco, la cui corda è composta da capelli elfici. Così, tanto per rimarcare la cosa».

Singhiozzando senza ritegno l'Elfo accettò l'umiliante presente.

«Per te, piccolo giardiniere dei miei coglioni» disse a Sam «non ho che un piccolo dono…».

«E allora tienitelo!» le ringhiò la permalosa Hobbyt, mostrando l'immancabile pugno.

«E INVECE TE LO PRENDI, BRUTTA STRONZETTA! ALTRIMENTI 'STI COSI TE LI FICCO SU PER IL CULO UNO A UNO!» urlò Dama Calabrótt la cui figura diventò improvvisamente al negativo, proprio come nell'effetto speciale dozzinale del film di quel rovinastorie che è Pitergiécson.

Non abituata a simili affronti Sam vacillò interdetta e l'Elfa ne approfittò per metterle nella mano un sacchetto di piccoli fagiuoli.

Fu quella l'unica volta, in tutta la storia della Terra-di-Contorno, che qualcuno osò rivolgersi con tono sì brusco alla dolce figlia del panificatore senza riportare danni fisici permanenti. Più tardi tuttavia, Dama Calabrótt prese da parte Sam e si scusò animatamente, perché aveva intuito che ella era una che non dimenticava.

«E quale dono gradirebbe un Nano da parte degli Elfi?». chiese la Dama rivolgendosi a Jeep.

«Che si levassero tutti quanti dai coglioni!» rispose sicuro lui.

«In tal caso sarai presto accontentato, visto che tra meno di mezzo minuto vi sfanculo tutti» disse Calabrótt severa. «In ogni caso, prenditi un po' dei miei capelli, da sbandierare davanti agli occhi di Lego se dovesse alzare un po' troppo la cresta. “Cresta” in senso metaforico, naturalmente!» aggiunse, nell'ilarità generale.

L'Elfo le lanciò un'occhiata velenosa.

«Infine a te, portatore dell'Uccello, giungo per ultima; a te che ultimo sei nei miei pensieri. Ecco per te una piccola fiala di cristallo con dentro un liquido trasparente senza alcuna proprietà (è acqua). Possa comunque guidarti nei luoghi oscuri, ove tutte le altre luci si spegnessero. In che modo non so, e nemmeno me ne frega».

Frigo gettò la bottiglietta in un cespuglio alla prima occasione.

«MANTI ELFICI PER TUTTI!» gridò Cacasótt lanciando magliette in ogni direzione.

«Sono questi mantelli magici?» domandò Coso meravigliato.

Cacasótt non lo degnò di risposta.

«Ah, n'artra cosa» aggiunse Calabrótt, «pjateve le barche giù ar porto. Non quelle buone, che sono nostre, ma quelle un po' demmerda, che tanto so già che faranno una brutta fine; e mica solo loro» aggiunse strizzando l'occhio a Bromur. Che però non capì.

Detto questo i due Sovrani se la diedero a gambe in direzione del bosco, al grido «l'ultimo che arriva non lo pren…». La chiusura dei grossi cancelli di Rotholórien censurò il resto della frase.

Prossimo capitolo: 2.9 – Il Grande Fiume

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