Galaxy Explorer AMM

LL928 AMM

Aggiornamento (08/08/2017):

Questo modello non esiste più. Dopo averlo tenuto esposto per un paio di settimane mi sono deciso a ordinare i pezzi mancanti e ricomporre il glorioso (LL)928 in tutto il suo originale splendore.
È stato comunque un esperimento divertente. :)

Fin da quando ero piccolo, ma piccolo piccolo, sono stato cresciuto a suon di Lego da mia zia Matilde.

Devo molto probabilmente a lei tutta la fantasia che mi sono sempre portato dietro, e il gusto per il (bel) design, e le soluzioni anticonvenzionali con cui spesso affronto i problemi che incontro nella vita di tutti i giorni. E anche l’ironia.

Nel mio grande sacchettone, che nel tempo si è trasformato in un più asettico scatolone trasparente, sono contenuti pezzi che si avvicinano pericolosamente ai 50 anni, segno che alcuni devo averli forzatamente ereditati da qualche cugino più grande. Oppure è successo un casino all’ufficio anagrafe. :)

Lego 928 - Galaxy Explorer (1970).
Lego 928 – Galaxy Explorer (1970).

Bene, senza farla troppo lunga, un paio di giorni fa, parlando col mio amico Silvano, mi sono improvvisamente ricordato di aver avuto almeno due grandi set Lego di astronavi e basi spaziali, il Galaxy Explorer (928) del 1979, di cui parleremo oggi, e il Galaxy Commander (6980) del 1983. Mi sono quindi domandato se fossi ancora in possesso di abbastanza componenti da rendere possibile una ricostruzione a distanza di quasi 40 anni.

La risposta è no. Questo perché, nel corso dei decenni1 molti pezzi sono stati incollati, tagliati, limati, parzialmente fusi o peggio, il tutto per assecondare le necessità di un particolare progetto che richiedeva elementi non esistenti. Oppure semplicemente persi.

Ma il passare ore a giocare col Lego ti insegna che niente è impossibile. Se ti manca un blocco quadrato lo costruisci con due rettangolini più piccoli. O seghi in due uno classico (eh sì, fatto pure questo). Oppure ti ingegni un po’ e vedrai che qualcosa salta fuori.

Le istruzioni.
Le istruzioni.

Bene, istruzioni recuperate grazie a San Google, si dia inizio alle danze!

Ah, cosa importante. Diversamente dal progetto Millennium Falcon AMM (ricordo che l’acronimo AAM significa “A Modo Mio”), che è nato dal nulla secondo l’ispirazione del momento, questa volta ho seguito rigorosamente i blueprint originali, salvo apportare modifiche quando un determinato pezzo non fosse stato disponibile. Questo vale per il colore, la forma e la struttura generale della navicella.

Cominciamo bene...
Cominciamo bene…

Si parte subito con una struttura base arlecchinesca. Purtroppo buona parte delle ali, e alcuni altri elementi successivi, sono stati depredati dal cantiere del Millennium Falcon e, siccome non avevo voglia di smontarlo e immolarlo alla causa, ho utilizzato quelli superstiti del Galaxy Commander. Ho dovuto subito procedere con una modifica all’estremità delle ali ma è stata l’unico vero cambiamento al progetto originale2.

Per paio d’ore sono tornato bambino e mi sono sentito ingegnere, carrozziere e pilota spaziale. L’astronave prendeva vita davanti ai miei occhi, e si ripeteva la stessa magia che avevo già provato tanto tempo fa.

Tutti a bordo!
Tutti a bordo!

Eh già, non è proprio uguale uguale alla scatola. Fermo restando che potrei segnarmi quello che mi manca e ordinarlo da qualche parte, devo dire di essere rimasto più che soddisfatto del risultato finale.
Anche perché, lievemente ispirato dall’ultima incarnazione Lego, la Benny’s Spaceship (70816), ne ho approfittato per pomparla un po’ di appendici, armi e aggiungere un po’ di tridimensionalità alla struttura piatta. Cercando però di non stravolgere il look originale anni ’70.

Aggiornamento (29/01/2017):

Accidenti, mi ero dimenticato un pezzo! Due, in verità.

Oggi, mentre giocherellavo con il Lego Designer, ho deciso di ricostruirla virtualmente, anche per capire quali sono gli elementi che dovrò ricomprare se vorrò ripristinare il modello originario. E mi sono accorto di non aver completato l’alettone posteriore.

Ora è tutto a posto, ma non ho voglia di rifare le foto. Ecco quindi le modifiche (a sinistra com’era fino a oggi, al centro com’è ora e a destra, in rosso, i due precedenti pezzi mancanti):

Oops!
Oops!
Motori a go go.
Motori a go go.

Un dettaglio molto affascinante di questa navicella è che possiede una stiva molto capiente, in grado di contenere un modulo rover. Tale stiva si apre con un meccanismo a cardini come le porte, magari tipico di una fantascienza un po’ antiquata ma, HEY!, si apre!

Vrrrrrrrrr...
Vrrrrrrrrr…
Ground control, scompartimento stagno aperto, rilascio rover.
“Ground control, scompartimento stagno aperto, rilascio rover.”
Modulo lunare correttamente sganciato.
“Modulo lunare correttamente sganciato.”

E qui arriva il capitolo rover.

Non metto nemmeno la foto di quello originale perché è davvero imbarazzante. Io volevo un “vero” astromobile, con tutta la strumentazione adatta all’esplorazione e all’analisi di un terreno alieno.
Così ho cominciato a sperimentare.

V.1 / V.2 / V.3
V.1 / V.2 / V.3

Innanzitutto serviva un braccio meccanico, un sonar per analizzare il terreno, e tutta una serie di accessori compatibili con la tipologia del dispositivo. A giocare col Lego, si impara a ragionare seriamente.

La prima versione includeva solo il braccio meccanico. La seconda anche il sonar, e mi piaceva la possibilità di poterlo ruotare ma la larghezza eccessiva non consentiva l’inserimento nell’astronave madre. La versione 3 invece compattava tutti gli strumenti in modo razionale, ottimizzando lo spazio. La variante definitiva non si discosta molto da quest’ultima, aggiungendo un piano di appoggio utile, che potrebbe anche essere un pannello solare o un display tattile. Non ho ancora deciso. :)

Autodiagnostica OK, rover operativo.
“Autodiagnostica OK, rover operativo”.
Più spazioso (e spaziale) di una station wagon.
Più spazioso (e spaziale) di una station wagon.
Il cannone ventrale rotante! (quanto mi piace questo nome).
Il cannone ventrale rotante! (quanto mi piace questo nome).

Si conclude qui la breve radiocronaca di un pomeriggio di fine anni ’70.
Scusate ma ho una missione da compiere, là dove il cielo è più blu.
Cioè nero.
Vabbè, avete capito. :)

3... 2... 1... Ignition!
“3… 2… 1… Ignition!”
Carrelli rientrati (non è vero ma tanto non si vedono).
Carrelli rientrati (non è vero ma tanto non si vedono).
Atterraggio sicuro sul ripiano della mia vetrinetta, dedicata allo spazio profondo.
Atterraggio sicuro sul ripiano della mia vetrinetta, dedicata allo spazio profondo.

Bonus

Perché non si può finire uno speciale così spaziale senza un bonus, no?

Oggi pomeriggio, mentre rimettevo i pezzi superstiti dentro lo scatolone, mi è tornata in mente una foto che avevo visto parecchi anni fa. Un tizio, cresciuto anche lui evidentemente a pane e Lego, si era inventato un portachiavi (o dovrei dire “appendichiavi”?) di una semplicità disarmante ma anche molto bello ed efficace.

Ho sempre voluto farlo!
Ho sempre voluto farlo!

Ho quindi creato una mia versione personale. Non so se lo metterò mai in pratica3 ma intanto il raro blocchetto rosso l’ho infilato tra le chiavi. :)


  1. Non ho mai smesso di giocarci, nemmeno adesso.

  2. A parte le decorazioni estetiche, ma le vediamo dopo.

  3. Anche se ho realizzato anche l’aggancio per la parete, sempre di Lego.

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