Mestieri – Il palo della luce

Io di mestiere faccio il palo della luce.

Avrei preferito essere un albero, ma a conti fatti va bene lo stesso: ho radici di cemento, è vero, ma sono alto abbastanza da vedere tutt'intorno, e poi non ho il fastidio di spogliarmi d'inverno o il solletico di farmi crescere foglie nuove in primavera.
Che poi capita che d'estate un rampicante di quelli matti, bucando l'asfalto, mi si attorcigli addosso, con carezze rustiche e tenaci, anche se poi si sa che esce dalla canonica la perpetua e lo strappa via con vigore perché le fa disordine.
E comunque non sono meno vivo di un albero, malgrado le apparenze. Ho la mia vita sociale, niente male, varia. Tipo gli storni che si allineano sui fili e strepitano che vien Natale, o i cani che mi pisciano sui piedi e le lucertole che filano in alto a zigzag quando scotto d'estate.

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Gli uomini di Camilla

Ai miei uomini ho dato di essere pochi, dovrei rifare i conti ma comunque pochi. Chissà che siano rimasti contenti almeno di questo.
Gli ho dato anche di essere come gli pareva, così alcuni si sono scelti sinceri altri bugiardi, e a me andava bene lo stesso perché erano i miei uomini e alle cose mie tengo più che a me stessa.
Anche per gli optionals sono sempre stata di manica larga: gli ho lasciato la più ampia libertà circa il colore degli occhi e la quantità di capelli, e non ho posto limitazioni di età o di censo, figuriamoci poi di razza o cultura o fede in quel che sia.

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I figli di Stavros

Stavros stava per morire. Magari non in giornata, forse addirittura fra qualche mese, ma ormai ne era certo, dato che non aveva più voglia di vivere. Il suo fisico era vecchio, vecchio e sano, anche se pieno di crepe, e sarebbe resistito ancora per un po', finchè il cuore non si fosse deciso a capire che ormai batteva a vuoto. Quella notte Stavros non aveva dormito, perchè l'idea di aver deciso di morire lo aveva impegnato ad una pungente preoccupazione. Era rimasto sveglio a riflettere sulla necessità di avvisare i suoi figli e di dire loro le ultime verità. La stanza era fresca, e la finestra un buco nella calce bianca senza tenda nè imposte, perchè a Maria era sempre piaciuto lasciar entrare l'aria delle stelle notturne quando dormiva. Ora era morta da tanto tempo e lui trascorreva gran parte delle sue notti lasciandosi attraversare da quello stesso alito di cielo buio mentre aspettava inerme la tregua di un sonno.

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Ouzo

Fra le palme le luci, e dietro ancora la musica. Sirtaki.
Abbiamo affittato questa casa bianca per scrivere. Non è stato difficile trovarla, tutti quelli che hanno bisogno di scrivere prima o poi vengono qui, e ne trovano una.
Servono poche cose: soprattutto il bianco, appunto, con macchie celesti di persiane, e aria che passi le finestre dal mare verde ai valloni delle capre.
Le capre ci danno il formaggio, gli olivi altro cibo. Per il pane c'è un cesto dal fornaio in paese. Per star su di notte, candele dappertutto.

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Tarli 2

Non so, adesso mi sembra che stiano esagerando.
Devono essere stati dappertutto, dalla soffitta alla cantina, forse anche in quel soppalco col tetto spiovente dove non guardo mai perché ci vuole una scaletta – e lo stesso non ci arrivo -, e dentro è buio.
Avranno aperto bauli di cui avevo buttato la chiave, o forse persa in qualche trasloco, e scardinato, ma con le loro zampette abili e gentili, cassetti incastrati da grumi di polvere e scaglie di sapone.
Hanno esplorato la metà nascosta della mia casa, quella dove non vivo più. E non so proprio dove possano averla ritrovata, dato che sono sicura di averla buttata via tanti anni fa; era deformata, schiacciata, e perdeva i pezzi.
Stasera al rientro me la vedo lì in mezzo al tavolo di cucina.
La corona d'alloro della laurea, dico, ed è lucida come nuova, ghirlanda perfetta con i fiocchetti rossi ben tesi e stirati.
Che è proprio la mia lo riconosco dall'odore, c'è dentro un passaggio di aria fredda e profumata di marzo come quel pomeriggio sotto i portici ventosi, e una punta di dolceamaro di after-eight e mimose. Le foglie sono come allora, forti e orgogliose, di verde intenso coi margini pungenti, e sfiorandole con le dita mi passa dentro la vitalità di una strana importante nostalgia.
Al centro della corona c'è poi quell'altra sorpresa, e ancora non ci credo: una composizione da artisti, l'accostamento di colori, densità e bellezza.
E' una torta, una millefoglie che splende di zucchero al velo e trattiene fra gli strati frastagliati sbavature di crema color oro velato. Sulla superficie contornata di minuscole meringhe di madreperla un pasticcere di gran gusto ha scritto con la sua siringa da calligrafo, in un bel corsivo Inglese di cioccolato fuso:

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Tarli

Sono tornati.
Non so chi siano né come facciano ad entrare e uscire indisturbati, eppure ogni tanto passano da casa mia mentre sono fuori e combinano qualcosa.
Ogni volta una novità, e tutte incomprensibili. Non fanno danni, no, non rompono oggetti né lasciano scritte sulle pareti. Non rubano nemmeno, tutt'al più a volte ho notato che avevano spostato qualcosa, ma non mi è mai mancato niente. Loro lo sanno che sto fuori tutto il giorno e nessuno può controllarli. Entrano senza scassinare la porta, senza spaccare vetri, come se avessero le chiavi o meglio ancora come se passassero attraverso le fessure.

Devono essere più di uno perché una sera ho trovato il letto spostato sul lato opposto della camera, di faccia alla finestra. Ed è un letto antico, era dei miei nonni, l'ho salvato dalle voglie dei rigattieri che avevano soppesato tutto quel noce massiccio. E' un lettone di una volta, un po' troppo grande per me da quando vivo sola, ma non potrei più dormire in un letto piccolo, ormai. Adesso che dopo tanti anni me lo son trovato sistemato di faccia al balcone ho scoperto che è meglio così: mi piace intravedere il chiarore dei lampioni notturni dalla fessura in basso, e la mattina mi entra un pallore che mi tiene compagnia nell'ultima insonnia. Non l'ho più rimesso al suo posto.

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Anniversario

Oggi sono uscita di nuovo. Come mi aveva suggerito quello che mi conosceva tanto bene, mi sono fatta bella: leggero chiaroscuro per i miei occhi che hanno quel colore cangiante delle foglie tra il giallo, il verde e il nocciola, caldo e morbido color mattone sulle labbra, ma solo una carezza, perché è bella ancora, la mia bocca, del bianco vivo vicino al viso che me lo illumini insieme all'aria fredda, il cappotto blu che mi si stringe ancora addosso sottile e veloce come a una ragazza che va all'università, le scarpe basse per lasciare sempre libere le caviglie che ho ancora nervose, la Louis Vuitton falsa che dentro ci sta tutto il mio, e via in centro dove c'è gente, gli altri da cui sono stata lontana, quella gente normale e impazzita per i regali di natale, tutte le signore con le pellicce e gli scialli da zingara di lusso, i colbacchi di pelo, le Louis Vuitton quelle vere, i profumi ingombranti per marcare un territorio di alterigia, le rughe sotto il cerone, l'età pietosamente scritta in viso.

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