Il nome della rosa (Umberto Eco)

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.

Povero Pinocchio, pignoso pagliaccetto

Un Tautogramma è un componimento nel quale tutte le parole hanno la stessa lettera iniziale.1Per esempio: ”Eco era estremamente enciclopedico ed estroso; elettrizzante esempio eloquente ed erudito, emozionante emblema espositivo, esaltante ed eterno esploratore etimologico ed espressivo. Evviva!”

Vignetta dal Pinocchio di Jacovitti
Vignetta dal Pinocchio di Jacovitti

Nel 1995 l'immenso Umberto Eco, in collaborazione con gli studenti di un suo corso di comunicazione, pubblicò un divertente libro contenente, tra le altre cose, l'intera storia di Pinocchio scritta utilizzando (quasi) esclusivamente la lettera "P":

Povero papà (Peppe), palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino. Poi, perfettamente preparatolo, pressatolo, pialla pialla, progetta, prefabbricane pagliaccetto.
Prodigiosamente procrea, plasmando plasticamente, piccolo pupo pel pelato, pieghevole platano!
Perbacco!
Pigola, può parlare, passeggiare, percorrere perimetri, pestare pavimento, precoce protagonista (però provvisto pallido pensiero), propenso produrre pasticci. Pronunciando panzane, protubera propria proboscide pignosa, prolunga prominente pungiglione, profilo puntuto.
Perde persino propri piedi piagati, perusti!
Piagnucola. Papà paziente provvede.
Pinocchio privo pomodori, panciavuota, pela pere.
Poco pasciuto, pilucca picciuolo.
Padre, per provvedergli prestazioni professorali, premurosamente porta Pegno palandrana.

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Il pendolo di Foucault (Umberto Eco)

Io sapevo che la terra stava ruotando, e io con essa, e Saint-Martin-des-Champs e tutta Parigi con me, e insieme ruotavamo sotto il Pendolo che in realtà non cambiava mai la direzione del proprio piano, perché lassù, da dove esso pendeva, e lungo l’infinito prolungamento ideale del filo, in alto verso le più lontane galassie, stava, immobile per l’eternità, il Punto Fermo.

Baudolino (Umberto Eco)

Gli operai emettevano suoni certamente genovesi, e Baudolino li abbordò subito nel loro volgare — anche se non in modo cosi perfetto da celare il fatto che non era dei loro.
«Che cosa fate di bello?» aveva chiesto tanto per incominciare il discorso. E uno di loro, guardandolo male, gli aveva detto che stavano facendo una macchina per grattarsi il belino.

Ora, siccome tutti gli altri si erano messi a ridere ed era chiaro che ridevano di lui, Baudolino (cui già bollivano gli spiriti a dover fare il mercante disarmato su una mula, mentre nel bagaglio teneva, accuratamente avvolta in un rotolo di stoffa, la sua spada da uomo di corte) gli aveva risposto nel dialetto della Frascheta, che dopo tanto tempo gli tornava spontaneo alle labbra, precisando che non aveva bisogno di macchine perché a lui di solito il belino, che le persone per bene chiamano uccello, glielo grattavano quelle bagasce delle loro madri.

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