Tarli 2

Non so, adesso mi sembra che stiano esagerando.
Devono essere stati dappertutto, dalla soffitta alla cantina, forse anche in quel soppalco col tetto spiovente dove non guardo mai perché ci vuole una scaletta – e lo stesso non ci arrivo -, e dentro è buio.
Avranno aperto bauli di cui avevo buttato la chiave, o forse persa in qualche trasloco, e scardinato, ma con le loro zampette abili e gentili, cassetti incastrati da grumi di polvere e scaglie di sapone.
Hanno esplorato la metà nascosta della mia casa, quella dove non vivo più. E non so proprio dove possano averla ritrovata, dato che sono sicura di averla buttata via tanti anni fa; era deformata, schiacciata, e perdeva i pezzi.
Stasera al rientro me la vedo lì in mezzo al tavolo di cucina.
La corona d'alloro della laurea, dico, ed è lucida come nuova, ghirlanda perfetta con i fiocchetti rossi ben tesi e stirati.
Che è proprio la mia lo riconosco dall'odore, c'è dentro un passaggio di aria fredda e profumata di marzo come quel pomeriggio sotto i portici ventosi, e una punta di dolceamaro di after-eight e mimose. Le foglie sono come allora, forti e orgogliose, di verde intenso coi margini pungenti, e sfiorandole con le dita mi passa dentro la vitalità di una strana importante nostalgia.
Al centro della corona c'è poi quell'altra sorpresa, e ancora non ci credo: una composizione da artisti, l'accostamento di colori, densità e bellezza.
E' una torta, una millefoglie che splende di zucchero al velo e trattiene fra gli strati frastagliati sbavature di crema color oro velato. Sulla superficie contornata di minuscole meringhe di madreperla un pasticcere di gran gusto ha scritto con la sua siringa da calligrafo, in un bel corsivo Inglese di cioccolato fuso:

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Tango

Incipit che sto leggendo 'mazurca para dos muertos' sdraiato sul divano e suona il campanello. Penso a un idiota in vena di scherzi o a Ictus, l'alcolizzato del terzo piano, che non trova le chiavi e schiaccia i pulsanti a caso; chi altro può essere a quest'ora di notte?
Riprendo a leggere, risuona il campanello. Prima non ci avevo fatto caso: è il trillo del pianerottolo, non quello dabbasso. Ora sono sicuro; è Ictus che non riesce a infilare la chiave nella toppa di casa sua e ha bisogno di qualcuno con una mira migliore. Mi dirigo senza fretta verso l'ingresso e intanto studio una battuta di circostanza, mi accorgo di avere un gran sonno.

La porta è chiusa con tre mandate, quella donna è paranoica.
Sono in cinque: due indossano la divisa, uno tiene la mano sul calcio della pistola nella fondina aperta, make my day ce l'ha scritto in fronte, e quello che mi sta davanti porta un Maglione a Righe.
Faccio la faccia sbalordita. Anche loro; l'intero manipolo di giovani eroi. Ma che cazzo succede?

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Tarli

Sono tornati.
Non so chi siano né come facciano ad entrare e uscire indisturbati, eppure ogni tanto passano da casa mia mentre sono fuori e combinano qualcosa.
Ogni volta una novità, e tutte incomprensibili. Non fanno danni, no, non rompono oggetti né lasciano scritte sulle pareti. Non rubano nemmeno, tutt'al più a volte ho notato che avevano spostato qualcosa, ma non mi è mai mancato niente. Loro lo sanno che sto fuori tutto il giorno e nessuno può controllarli. Entrano senza scassinare la porta, senza spaccare vetri, come se avessero le chiavi o meglio ancora come se passassero attraverso le fessure.

Devono essere più di uno perché una sera ho trovato il letto spostato sul lato opposto della camera, di faccia alla finestra. Ed è un letto antico, era dei miei nonni, l'ho salvato dalle voglie dei rigattieri che avevano soppesato tutto quel noce massiccio. E' un lettone di una volta, un po' troppo grande per me da quando vivo sola, ma non potrei più dormire in un letto piccolo, ormai. Adesso che dopo tanti anni me lo son trovato sistemato di faccia al balcone ho scoperto che è meglio così: mi piace intravedere il chiarore dei lampioni notturni dalla fessura in basso, e la mattina mi entra un pallore che mi tiene compagnia nell'ultima insonnia. Non l'ho più rimesso al suo posto.

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