Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America.

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.

Il salottino, che insieme alla camera da letto componeva tutto l'appartamento, era tappezzato di libri; le pareti sparivano dietro gli scaffali; le vecchie rilegature offrivano allo sguardo il loro bel colore brunito dal tempo. I libri, troppo stretti, invadevano la camera attigua, prolungandosi sopra le porte e nell'incavo delle finestre; se ne vedevano sui mobili, sul camino e perfino in fondo a certi armadi lasciati aperti; quei preziosi volumi non assomigliavano a quei libri da ricchi ospitati in biblioteche tanto opulente quanto inutili; sembrava che si sentissero a casa loro, padroni del luogo e, seppure accatastati, a loro completo agio; d'altronde, non un granello di polvere, non un'orecchia nelle pagine, non una macchia sulle copertine; si vedeva che una mano amica li accudiva ogni mattino.

Benché una disposizione del rettore proibisse a studenti e baccellieri di bere e gozzovigliare prima del calar del crepuscolo, a Oxenfurt si beveva e si gozzovigliava sempre, ventiquattr'ore su ventiquattro, perché è noto che, se c'è qualcosa che può aumentare la sete ancor più del processo di assimilazione del sapere, è la proibizione completa o parziale di bere.

Durante la guerra di Corea il presidente degli Stati Uniti chiamò Chesty Puller e gli chiese di ragguagliarlo sulla situazione.

Lui rispose: «Ce li abbiamo davanti e dietro, e siamo stretti ai fianchi da nemici che ci sovrastano numericamente per 29 a 1. Adesso non possono più sfuggirci!»

Dopodiché inflisse il più alto tasso di perdita di vite umane a una forza nemica di tutta la storia bellica.

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea, l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l'idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

Si racconta che la prima reazione del signor Huddleston al cablogramma fu «una veemente e vigorosa imprecazione, provocata dalle tensioni del momento e dall'ora tarda». Si dice inoltre che parlò a lungo della nazione francese, della cultura francese e delle abitudini igieniche personali della popolazione francese.

Il signor Bradford, ancor più eloquente, si disse convinto dell'innaturale passione francese per i rapporti intimi con animali da cortile.

Una volta Stephen Hawking diede una festa per viaggiatori nel tempo, a mezzogiorno del 28 giugno 2009. Per assicurarsi che vi partecipassero esclusivamente viaggiatori nel tempo, spedì gli inviti soltanto dopo la festa.

Non si presentò nessuno.

Mentalmente lascio il campo. Vado in montagna, affitto una baita, mi preparo un'omelette, mi siedo con i piedi alzati, respiro il profumo di neve della foresta

Mi dico: se vinco questo match mi ritiro. E se perdo questo match mi ritiro lo stesso.

Lo perdo.

Non mi ritiro. Anzi, faccio l'esatto contrario.

Da quando avevo lasciato la mia casa per intraprendere questo viaggio, avevo pensato spesso a questa cosa, a come buona parte delle nostre vite sia spesa a studiare e predisporre automatismi. A costruire sistemi, dispositivi, motori. A dar la carica ai meccanismi a molla degli addebiti in conto, a mettere a punto abbonamenti alle riviste, anniversari, foto, rimborsi delle carte di credito, aneddoti. Ad avviare questi motori, metterli in moto e mandarli scoppiettanti nel futuro perché svolgano il loro compito a intervalli più o meno regolari.

Quando qualcuno se ne va o muore o scompare, lascia dietro di sé un'immagine residua; un'impronta negli ingranaggi che ha predisposto intorno a sé. L'immagine si dissolve allo scaricarsi delle molle, al lento esaurirsi del carburante, nel momento in cui le macchine di una vita vissuta secondo certe modalità in certi luoghi e sotto certe angolazioni vengono spente o si grippano o lampeggiano e si fermano, una dopo l'altra. È una cosa che richiede tempo. A volte ci imbattiamo nelle lampade impolverate o nel ronzio elettrico della macchina di qualcun altro, magari dopo così tanto tempo che neppure ce l'aspetteremmo, ma è ancora lì funzionante, continua a girare da sola, nel buio. Continua a svolgere il suo compito anche molto, molto tempo dopo l'uscita di scena di chi le aveva dato vita.

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