Nürburgring: pensieri ed emozioni

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Nürburgring, anzi Nordschleife. Il circuito su cui la Formula 1 non corre più dal 1976, anno dell'incidente a Niki Lauda. La prima volta ci entrai quasi per caso; 3 giri, insieme ad un amico del Barchetta Club Italia, sulla strada per un raduno in Olanda. Unico pazzo del gruppo, sulla via del ritorno mi fermai nuovamente, e rimasi lì due giorni. A girare. A guardare.

La prima volta che ci vai vedi solo la pista: 20,8 Km di curve. Circa 80. Tutte diverse. Salita, discesa, dossi in mezzo alla curva o proprio sul punto di staccata, curve in contropendenza. Il paradiso di chi ama guidare. 80 curve; a Monza ce ne sono 6. E sono curve adatte alle Formula 1 di oggi, mostri da 800 CV. Al Ring anche i 130 CV della Barchetta sono difficili da scaricare.
Vedi le vie di fuga: praticamente inesistenti! L'inferno verde, lo chiamano. Fa paura, ma è talmente bello che con il passare dei giri inizi ad osare. Impari a non alzare il piede. Al Ring vince chi frena poco, non chi accelera tanto.

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Mi è morto il gatto e non so il perché

Un maestoso esemplare di tigre siberiana, è apparso in pieno giorno ai margini del villaggio di Pokrovka, Siberia sud orientale. Era uscito dalla tajgà, la boscaglia, e s'era accovacciato mite e come in una sua misteriosa attesa. Dal villaggio hanno cominciato a sbattere ferraglie per spaventarlo e ricacciarlo da dove veniva. Ma la tigre immobile, come se avesse intuito che quello era un posto perbene. Infatti poi da Pokrovka hanno chiamato un centro specialistico di Vladivostok per la salvaguardia dei selvaggi scampati al grande massacro prodotto dai bracconieri, l'inquinamento, la deforestazione.
Hanno scoperto che la tigre era malata. Resta il mistero sulla fiducia del gigantesco predatore, tre metri di lunghezza e un metro e mezzo di coda, negli esseri umani. Adesso lo stanno curando appassionati zoologi i quali, come missionari scientifici, purtroppo si occupano in genere, di animali esotici o in via di estinzione come le tigri siberiane.

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Tutte le religioni del Natale africano

Quando parlo delle feste di Natale passate in Senegal – più del 90 per cento della popolazione è di religione musulmana e i cristiani sono meno del 10 per cento – i miei interlocutori italiani mi chiedono stupiti: «Anche voi lo festeggiate? Stai scherzando!».

Anni fa quando auguravo agli amici italiani «Buon Natale», la loro risposta non era: «Grazie e auguri anche a te!», ma: «Cosa c'entri tu con il Natale?». Nelle grandi città dell'Africa nera, cristiani, musulmani e animisti lo festeggiano insieme. Innanzitutto perché è facile trovare nella stessa famiglia persone di religione diverse (il cardinale di Dakar, monsignor Thiandoum, ha cugini musulmani; metà della famiglia dell'ex presidente-poeta Senghor, lui cattolico, era musulmana; la moglie dell'attuale capo dello Stato è cattolica e lui musulmano…), poi perché ci sono tradizioni religiose trasversali, visto che ebraismo, cristianesimo e islamismo – le tre religioni monoteistiche – hanno radici comuni.

Inoltre festeggiare l'avvento di Gesù è un'abitudine cementata anche dalla lunga permanenza del colonizzatore europeo. Di più: Gesù Cristo è venerato dai musulmani. Non lo definiscono figlio di Dio, ma – letteralmente – 'il soffio di Dio' e lo considerano tra i cinque profeti più importanti del Corano. Nell'Africa nera (e anche nell'Africa bianca, Marocco, Tunisia…) tanti musulmani si chiamano con le molte varianti del nome Gesù: Insa, Issa, Yussufa o Yussuf (il famoso cantante senegalese Youssouf N'Dour). E tra i nomi femminili molto diffusi c'è Maria… Si potrebbe andare avanti a citare altri profeti che accomunano queste tre religioni, che troppe teste bacate vorebbero mortali nemiche.

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Only hopes

Domani sarà un altro giorno. Un giorno diverso, sicuramente.
Stanotte, è ormai inevitabile, si scriverà col sangue (e quando mai è stato diverso?) una nuova pagina di storia. Schierarsi da una parte o dall'altra non è sempre giusto, e in questo caso più che mai.

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Vacanza virtuale

No, non sono sparito, mi sono solo concesso una vacanza virtuale.
Da qualche mese frequento un newsgroup tecnico americano, un po' per bisogno, un po' per diletto, un po' per perfezionare quella sorta di Inglese maccheronico che si impara a scuola, istituti superiori inclusi.

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«Non sa chi sono io» funziona ancora

Mi ricordo di quando s'isolava a ripetizione il telefono della mia abitazione. Passavo intere giornate al bar sottocasa a conversare nervosamente con la segreteria preregistrata del 182. Dopo 24 ore la linea tornava attiva, ma la cosa durava poco e il dì successivo daccapo a digitare e protestare e così via per un mesetto. Fin quando non mi convinco a bussare all'ufficio competente dove un usciere mi spiega che l'utente non può entrare ma se c'ha qualcosa da reclamare deve consultare il 182. E' lì, di fronte al fatidico e granitico 'comma 22' (quello del paradosso tipo: non puoi avere diritto all'accesso se prima non hai il permesso ma il permesso ti viene concesso solo oltre la porta d'ingresso), è lì che ho avuto l'illuminazione e ho detto «Sono un giornalista!». Mi si sono spalancati i reticolati di protezione, mi hanno presentato un funzionario il quale si mise a mia totale disposizione per ogni possibile disfunzione telefonica vita natural durante. Ora purtroppo egli è beatamente in pensione.

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Vita

Mi soffermo poco davanti alle altrui sventure e disgrazie. Le seguo, a botta calda, giusto per capire, sentire opinioni, ma solo per decidere con me stesso da che parte stare, o se davvero una parte in cui stare c'è veramente. Ho odiato, in questi giorni, la strumentalizzazione dell'anniversario delle Twin Towers, solo perché dentro di me certe cose restano chiuse, come in conserva, per un uso futuro, per aiutarmi un domani a riflettere o a decidere, o a esprimermi.

Il mondo ha tante montagne, tanti laghi, tante pianure, tutti diversi tra loro. Lo stesso sono i popoli, ognuno dei quali ha proprie culture. Una montagna non si sposta di punto in bianco, la si deve sgretolare, poco alla volta possiamo spostarla. Lo stesso fenomeno accade per la cultura dei popoli, piano piano è possibile variarne la cultura, ma solo piano piano, di punto e in bianco sarebbe solo un trauma negativo.

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Una scienza imperfetta

… e lì, a quel punto, cadde il quadro.
A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro ad un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? […] Non si capisce. E’ una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra.

A. Baricco, Novecento

Sto usando il mio computer.

A un certo punto, senza apparente motivo, si blocca tutto.

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Potenza di spot

La pubblicità sembra essere ormai il dittatore del nostro tempo. Se decide di affermare che una cosa è bella, utile, indispensabile, prima o poi sarà necessariamente considerata tale dalla cosiddetta 'gente comune', nonostante i dubbi che si potranno andare a formare nella mente di qualche inguaribile dissidente: l'ammoniaca, nonostante il suo odore notoriamente insopportabile, grazie alla collaborazione di una invitante etichetta potrà addirittura essere venduta come 'profumata ai fiori di…', senza che una qualche efficacia del deodorante in questione si manifesti sensibilmente durante l'uso. A detta dei produttori e dei loro spot, quindi, la piaga dell'odore ammoniacato sui pavimenti è stata felicemente debellata, mentre nella realtà dei fatti, sappiamo tutti benissimo che, per quei quindici minuti di manutenzione, volenti o nolenti, l'area in questione dovrà rimanere off-limits a tutti gli apparati olfattivi.

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