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Mazinga Z Revoltech

Alcuni mesi fa ti ho parlato di un nuovo Mazinga Z ultra posabile, che sarebbe arrivato in questi giorni; e infatti ieri è atterrato nel mio Istituto di Ricerca per l’Energia Atomica e la Pasta alla Carbonara.

Si tratta del – prendi fiato perché il nome è bello lungo – Revoltech Amazing Yamaguchi Mazinger Z, un robot che punta tutto sul dinamismo e sulla posabilità estrema, anziché limitarsi a fare la bella statuina all’interno della vetrinetta.

È stato progettato da Katsuhisa Yamaguchi, uno scultore molto famoso nel mondo del collezionismo robotico (ma che personalmente, non seguendo assiduamente l’argomento, non conoscevo) in particolare per i giunti “Revolver Joint” che consentono alle sue creature movimenti molto più ampi rispetto alla media. Quasi umani.

Oltre alla straordinaria posabilità mi ha colpito per la maestosità della figura: massiccia, imponente eppure molto ben proporzionata. Nelle foto a seguire lo potrai ammirare in compagnia dei fratelloni maggiori: il Bandai GX-01, ovvero il primo, assoluto, Soul of Chogokin della Bandai, che ormai viaggia verso i 30 anni di vita, e il GX-45, uscito nel 2009 per celebrare i 35 anni della serie Chogokin, che al tempo presentava una posabilità sorprendente.

Il Revoltech è composto interamente di plastica anziché metallo (e costa quanto costavano i Bandai all’uscita). Da un lato è un peccato, perché un robot così in lega sarebbe stato un sogno; ma inevitabilmente sarebbe anche costato tre volte tanto. Rimane il fatto che, una volta esposto, l’aspetto e la lucidità dei materiali diventano indistinguibili, per non è assolutamente un problema.

GX-01 a sinistra, Revoltech al centro, GX-45 a destra

È un pochino più basso rispetto ai modelli Bandai. Il GX-01 è il più massiccio (forse anche troppo, ma lo preferisco agli ultimi modelli SOC come il GX-105 del 50° anniversario, che a mio avviso è una sottiletta inguardabile) ma il Revoltech ha proporzioni a mio avviso più cazzute. Il GX-45 è una via di mezzo.

Da qui in poi una carrellata delle capacità di questo Mazinga Z, per me straordinarie.

Nonostante i piedini – i due SOC hanno zampone da elefante – il robot ha un bilanciamento perfetto, complice anche il peso leggerissimo.

All’interno della confezione è presente una quantità molto generosa di accessori: oltre al Jet Scrander ci sono due basette, tre sostegni trasparenti (uno per il robot, che vedremo più avanti e due per comporre simpatiche scenette come questa), altre otto mani con differenti pose, sei fiamme come quelle dietro ai pugni a razzo (quattro delle quali orientabili), le scuri atomiche (sono avambracci con delle asce sui lati), e altri piccoli componenti per ricreare le pose più iconiche.

Non mi sono messo a contare tutti gli snodi, perché sono tantissimi. Spesso addirittura doppi, come nel caso delle caviglie, che possono ruotare su due perni.

Qui sembro io quando mi incazzo e tiro giù qualche santo dal calendario.

Quando le pose si fanno serie, le basette e i sostegni diventano utilissimi.

L’inclusione del Jet Scrander apre la strada a infinite possibilità.

Tra l’altro la qualità dei componenti per il volo supera di gran lunga quelli dei SOC. Ok, sono passati decenni, però è apprezzabile che un robot nato principalmente per essere un giocattolo possa comunque dire la sua in merito.

Al GX-01 del 1997 va comunque dato il merito delle ali orientabili tramite perni (per quanto quegli ovali non siano propriamente fotogenici).

Un altro accessorio interessante consente la caratteristica posa dei missili perforanti (li ho anche usati nella sesta immagine, durante il lancio dei pugni a razzo).

Giungiamo così alla posa definitiva, quella con cui ho deciso di mostrarlo all’interno della vetrinetta.

Ecco qui, per quel poco che si riesce a vedere, la banda al completo. Da sinistra il GX-08A (Afrodite A), il GX-01, il Revoltech protagonista del presente post, il GX-45, il GX-02 (il Grande Mazinga), il GX-12 (Venus A che, maledizione, ha perso un cornetto!) e l’originale Mazinga Shogun Warrior del 1978.

Di seguito un breve video esplicativo, dal quale ho copiato quasi tutte le pose dell’articolo:

Merita? Sì, molto.

Non sono un grande collezionista di robot, ma mi piace avere l’essenziale. Ognuna di queste figure ha rappresentato un’evoluzione per cui trovo corretto che anche il Revoltech possa essersi guadagnato un posticino all’interno della mia collezione.

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