

Risolsi alfine il rivendicar aggraziato calco del munifico tomo Moby Dick o il cetaceo, originato dall’ingegno fecondo di Melville H. e quivi trasposto nel di noi italico idioma dal dottissimo professor Fatica O.
Innumerevoli stagioni han ravveduto il mio cor bramar suddetta capodopera — innegabilmente annoverata nella contratta compagine dei miei prediletti — giacché il desìo del disporre sulle scansie della mia propria biblioteca trascrizione d’ogni opera a me cara è, senza fallo, fonte di copioso appagamento.
Componimento, peraltro, del quale non serbo memoria d’alcuno, tra i prossimi e i remoti, che abbia condotto a termine la gravosa impresa di darne compiuta lettura.
A onor di lealtà, già mi procacciai per lecite vie l’evanescente informatica pubblicazione del medesimo; pur tuttavia essa non seppe recarmi adeguata gaiezza: talune atmosfere d’arcana quotidianità marinaresca — quali la balsamica fragranza della salsedine o l’aroma del legname avvizzito dall’astro — paiono reclamare la corporeità d’un manufatto concreto, onde poterne appieno gustare la proteiforme sapidità.
Ma ahimè, maligna si mostrò la sorte nei riguardi di questa sventurata anima mortale!
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