La Isla Grande

cuba

Atterriamo verso le 3 del pomeriggio.

Atteriamo stanchi ma contenti, impazienti di vedere con i nostri occhi se è vero quello che si dice in giro. Che qui i Cubani se la passano male. Che manca la luce anche 20 ore al giorno, che le macchine sono ancora quelle degli anni '50 e che il Regime non lo vedi ma lo senti nell'aria.
Ci hanno detto che a Cuba ci si deve andare almeno una volta nella vita, che devi viverla fino in fondo per capirla. Per conoscere la gente.
Ci hanno detto che Cuba la tua vacanza la devi fare da Cubano e non da turista, non importa anche se solo per 2 settimane.
Ci hanno detto che sarà indimenticabile e che sull'isola ci torneremo in un modo o nell'altro.

Con noi abbiamo solo il biglietto di ritorno, le valige con pochi vestiti e tante cose che serviranno ai cubani. Perchè tutti ci hanno detto che qui non si vende più nulla di qualità, perche si trova solo paccottiglia, perchè manca tutto anche la luce, il gas. Ed il latte per i bambini.
Nella valiga per evitare una perquisizione che innescherebbe un sequestro mi hanno detto di mettere in bella vista una biografia del Che. Funziona quasi sempre. Anche una maglietta stampata o un cappellino spesso sono sufficienti per passare.
Il controllo passaporti è lungo, siamo stanchi e l'odore dell'isola e delle cose che ci circondano è molto diverso dai nostri.
Fa caldo, sudo e aspetto pazientemente il mio turno guardando un orologio che butterò nel fondo dello zaino per le prossime due settimane, tanto qui non serve.

A un italiano della fila vicino, hanno appena sequestrato un pacco di matite colorate e una decina di quaderni da scuola. I militari ridono e sudano, loro sono abituati noi boccheggiamo come pesci. Loro sono abituati a sudare a sequestrare e a dividere.
Io passo senza problemi e dopo alcuni minuti dal vetro intravedo Caridad che con un segno ci saluta. Il Che ha funzionato.

Varadero non è Cuba. I Cubani dicono che Varadero è finta, che a Varadero ci sono solo turisti e jineteras. Turisti pieni di soldi che i cubani non godranno mai e aragoste che serviranno solo nei ristorant. Per i Cubani la solfa è sempre la stessa: a loro non tocca nulla o quasi.

Sulla Chevrolet del '51 siamo in undici più le valige, all'eroporto sono venuti tutti. A Cuba vengono sempre tutti all'eroporto, a Cuba vengono tutti quando arrivi e vengono tutti quando parti.
A Cuba devi imparare che le comodità se non le paghi salate semplicemente te le scordi e che il passaggio su un pullman turistico come i nostri costa come mezzo stipendio di un lavoratore medio. In ogni caso siamo in troppi e i cubani non li farebbero salire.
Ci sono 150 km da fare per raggiungere la capitale. Sono le cinque di sera e già ci dicono che la benzina non basterà fino all'Havana.
Ci dicono di non preoccuparci che in qualche modo la troveremo per strada ma non nei distributori perché la benzina sull'isola ufficialmente è finita.
A Cuba non ti devi mai preoccupare. A Cuba si risolve sempre tutto basta avere pazienza. E 'fula'.
Claudio, che ci ha preceduto di una settimana stento a riconoscerlo. È diverso, dimagrito non ride e bestemmia ogni 200 metri perchè il Chevrolet ha il riscaldamento rotto e gli butta un fiotto d'aria calda sulle palle. Claudio guida, suda e bestemmia. Claudio è l'unico che in questo lungo viaggio non ha almeno un'altra persona sopra di lui.

Ci dicono che a casa dell'abuela quando arriveremo ci sarà una festa. Che «hai comida para todos»3C'è cibo per tutti. e che il Cino l'Abuelo ha comprato del Rum per tutti.
Ci dicono che ci dovremo sistemare alla meglio ma che un letto c'è per tutti.

Dal triangolo del finestrino che mi è concesso passano file di case e paesi senza luce. Case diverse, case piccole con gente seduta sui gradini, tutto scuro tutto buio tutto triste, tutto troppo diverso.
Non so dove siamo, quanto manca all'arrivo. Sono stanco ho fame e voglia di tornare indietro.
Il Chevrolet sbuffando si ferma di colpo, sembra aver esalato l'ultimo respiro, scendiamo tutti in un paesino dove Claudio bussando in una casa privata ci recupera una bottiglia d'acqua della 'pila' per dissetarci.
Non vedo bar, negozi, qui non c'è nulla.
Ci dicono che dobbiamo trovare dell'olio e benzina per il motore e Lay, il fratello di Caridad, nel frattempo sparisce tra le viuzze buie per risolvere la situazione.
Ci dicono che questo Chevrolet di olio ne mangia circa un chilo ogni 100 km ma che non ha mai lasciato a piedi nessuno. Intanto però siamo fermi.
Ripartiamo dopo un'ora riaccendendo il macchinone con una manovella frontale che si trova alla base del motore. Andiamo pianissimo, forse meno dei 50 allora, il mostro non deve scaldare altrimenti fonde. Stiamo tutti in silenzio ognuno immerso nei propri pensieri pensando però tutti la stessa cosa.

Arriviamo all'Havana Vecchia all'una di notte. La casa dell'abuela, a metà di una viuzza agghiacciante, sembra bombardata e non crediamo ai nostri occhi. Ci dicono che la luce è andata via da quasi 4 ore (Apagones), saliamo la buia scala che dalla strada porta al primo piano in silenzio guardando quello squallore che con molta probabilità abbiamo visto solo in qualche vecchio film alla televisione.
Manca l'acqua, manca la luce il gas, manca tutto.
L'abuela ci accoglie alla luce di una candela abbracciandoci uno per uno come se fossimo tutti suoi nipoti. Soffre di pressione e con questo caldo ci dice che non riesce a dormire.
Ci sistemiamo nelle camere e nel sotto-tetto cercando di non disturbare il nonno che dorme.

Sul tavolo della cucina c'è una zuppiera con un po' di pasta fredda, la nostra festa.

Benvenuti a Cuba ci dicono.

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