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Pirati, tesori e pezzi da otto

Nella saga delle avventure grafiche di Monkey Island, sviluppata da LucasArts nei primi anni ’90, tutti i personaggi, gli eventi e le ambientazioni caraibiche sono deliberatamente sopra le righe. Uno dei tanti dettagli che definiscono quel mondo affascinante è la valuta del gioco, dal nome curioso e molto evocativo: il pezzo da otto.

Si tratta di un particolare che abbiamo sempre accettato senza farci troppe domande, come parte naturale dell’esperienza. Il termine aveva un sapore così marcatamente piratesco che non sentivamo il bisogno di approfondirne davvero l’origine: funzionava, e questo bastava.

Era la moneta dei bucanieri e dei forzieri ricolmi d’oro, legata a tutto quell’immaginario fatto di mappe del tesoro e scorribande nei mari virtuali di Guybrush Threepwood. Un elemento perfettamente coerente con il tono ironico e surreale della serie, capace di dare atmosfera senza bisogno di spiegazioni.

Eppure, dietro quel nome così familiare, si cela una storia sorprendentemente reale…1… o, dovrei dire, Reale

Origine storica

Il pezzo da otto non è un’invenzione narrativa. È il nome con cui veniva comunemente indicata la moneta da 8 Reales, coniata dall’Impero spagnolo dal XVI fino al XIX secolo (1497-1868) e destinata a diventare una delle valute più diffuse del globo. Il termine indicava proprio il suo valore, all’interno del sistema monetario del tempo. Per avere un’idea del suo potere d’acquisto, un 8 Reales poteva corrispondere grossomodo alla paga settimanale di un lavoratore comune o di un marinaio, rendendo quindi un pezzo da otto una somma tutt’altro che trascurabile.2Per il contesto piratesco di Monkey Island, però, il periodo storico più rilevante è soprattutto quello compreso tra il XVII e il XVIII secolo, l’epoca d’oro delle scorribande nei Caraibi

Curiosamente, l’economia di Monkey Island si prende qualche libertà rispetto alla realtà storica: nel gioco una semplice spada costa ben 100 pezzi da otto, una somma che all’epoca sarebbe stata astronomica per un oggetto di uso comune.

Produzione e caratteristiche

Il pezzo da otto era molto diverso dall’immagine ordinata che abbiamo delle monete moderne. Non aveva una forma perfettamente circolare né bordi uniformi: era decisamente irregolare, con segni di conio non sempre centrati e un aspetto spartano.3A prima vista potrebbe sembrare una tecnica arcaica, poco compatibile con un’epoca fatta di grandi galeoni, corti sontuose e abiti impreziositi da raffinate mode aristocratiche. Eppure, la produzione standardizzata con forme regolari e bordi uniformi si affermerà soltanto alla fine del 1700, con l’avvento delle prime tecniche industriali.

Questo perché, all’epoca, le monete non venivano prodotte in serie come oggi, ma ricavate attraverso un processo manuale chiamato conio a martello: il lingotto d’argento veniva prima trasformato in piccoli tondelli che venivano poi riscaldati e battuti uno per volta tra due stampi incisi. Ogni pezzo finiva per essere, di fatto, unico. In ambito anglosassone per questo genere di emissioni si utilizza il termine cob, oggi molto diffuso tra collezionisti e appassionati, mentre nella tradizione spagnola erano note come macuquinas.

Argento imperiale e diffusione globale

Il pezzo da otto divenne una valuta globale grazie alla capacità dell’Impero spagnolo di disporre di enormi quantità di argento provenienti dalle Americhe – in particolare dalle miniere di Potosí, nell’attuale Bolivia – uno dei più grandi centri estrattivi dell’epoca, la cui produzione alimentò per secoli le casse e la produzione monetaria della Corona. Questa enorme disponibilità di metallo prezioso spinse la diffusione dell’8 Reales in gran parte del mondo conosciuto: dai porti europei alle colonie americane, fino alle rotte commerciali verso l’Asia. Ovunque veniva accettato senza difficoltà.

In un periodo in cui gran parte delle altre monete erano realizzate con metalli meno nobili, quelle spagnole si distinguevano per l’affidabilità del loro valore nei commerci a lunga distanza. Questa caratteristica li rese, di fatto, un riferimento comune negli scambi tra economie molto distanti tra loro.

Il mito della moneta spezzata

Una delle leggende più diffuse sul pezzo da otto sostiene che la moneta prendesse il proprio nome dalla possibilità di essere divisa fisicamente in otto parti uguali. Da qui nascerebbe, nell’immaginario popolare, questa curiosa definizione. In realtà non è così: il termine pezzo da otto indica semplicemente il suo valore nominale originale. È comunque vero che, in particolari circostanze, la macuquina poteva essere realmente tagliata a spicchi (in due, quattro e, naturalmente, otto parti), seppure in modo tutt’altro che preciso, per facilitare gli scambi quotidiani. Non era questo il suo scopo originario, ma una soluzione pratica adottata all’occorrenza.

Dal commercio all’età dei pirati

Non sorprende quindi che questa moneta sia entrata così profondamente nell’universo della pirateria caraibica. I galeoni spagnoli che trasportavano carichi d’argento dalle Americhe verso l’Europa erano tra i bersagli più ambiti da corsari e bucanieri, e proprio gli 8 Reales finirono per rappresentare, nella percezione dell’epoca, il bottino per eccellenza.

Da semplice moneta di scambio, si trasformò così nel simbolo stesso dei tesori nascosti, dei bauli traboccanti di argento e delle avventure che avrebbero alimentato per secoli racconti, leggende e poi opere di fantasia ambientate nei Caraibi.

Dalla ricerca al modello reale

Proprio la curiosità di capire le origini della valuta di Monkey Island ha dato inizio a un percorso più lungo del previsto. All’inizio ero convinto che le monete dell’epoca dei pirati fossero d’oro, perfettamente tonde e molto simili a quelle moderne. In realtà non era affatto così, ed è proprio questa falsa certezza che mi ha portato più volte fuori strada, facendomi inizialmente orientare verso modelli troppo puliti e storicamente fuorvianti.

A mano a mano che la ricerca si è approfondita, ho iniziato a capire che il primo livello di riferimento erano i cosiddetti cob. Da lì, restringendo il campo, sono arrivato al concetto più preciso di macuquinas spagnole. Solo a quel punto è stato possibile affinare ulteriormente la selezione, fino a individuare un esemplare del XVII secolo coerente sia con il contesto storico reale sia con l’immaginario piratesco che il videogioco ha reso iconico.

La scelta finale è ricaduta su una macuquina spagnola da 8 Reales del periodo di Filippo IV (1621-1665)4Il suo lungo regno coincise con una fase di progressivo declino politico dell’Impero, ma anche con il cosiddetto Siglo de Oro, un periodo di straordinario splendore artistico e culturale, che rappresentò l’apice della letteratura, del teatro e della pittura, con esponenti del calibro di Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte, del drammaturgo Pedro Calderón de la Barca e del pittore Diego Velázquez, considerato uno dei più grandi artisti della storia europea., il sovrano che regnava nella seconda metà del Seicento. Si tratta di un’epoca vicinissima agli anni d’oro della pirateria nei Caraibi: gli stessi decenni in cui galeoni carichi d’argento attraversavano regolarmente l’Atlantico e in cui il pezzo da otto raggiunse la massima diffusione. In altre parole, è probabilmente la moneta più vicina a quella che Guybrush Threepwood avrebbe potuto trovare sul fondo di un forziere.

Il dritto: l’autorità dello scudo araldico

Sul lato principale della moneta5Che nella classificazione numismatica viene rigorosamente chiamato “dritto”, a differenza del “testa e croce” del linguaggio comune è raffigurato uno scudo araldico semplificato, diviso in quarti e sormontato da una corona reale. All’interno compaiono i simboli essenziali della monarchia spagnola: i castelli della Castiglia e i leoni del León, due antichi regni medievali unificati nel corso del Medioevo e disposti secondo la tradizione alternata degli stemmi europei per sottolinearne l’unione.

Attorno allo scudo compaiono piccole marcature, tipiche della produzione a martello, costituite da iniziali e numeri incisi in modo irregolare. Sul lato sinistro si leggono chiaramente i monogrammi A P, accompagnati dal numero 8 (che potrebbe indicare il valore nominale della moneta, cioè gli 8 Reales), mentre sul lato destro le lettere O B sono seguite da un altro numero non chiaramente leggibile, probabilmente un 2 (oppure un 9). Tali sigle sono verosimilmente riconducibili agli ufficiali di zecca responsabili del controllo della produzione, in particolare il tesoriere e l’assaggiatore, incaricati rispettivamente della supervisione amministrativa e della verifica della bontà del metallo prima e durante la coniazione; il numero potrebbe invece costituire un ulteriore elemento identificativo oppure un marchio interno di classificazione, reso incerto dalla battitura manuale del tondello.

L’insieme di queste marcature non ha dunque funzione decorativa, ma di controllo gestionale, anche se la loro interpretazione complessiva rimane complessa, poiché nelle emissioni a martello non esiste uno standard uniforme e la lettura dei segni è spesso compromessa dalla natura frammentaria della coniazione manuale.

Attorno allo scudo si intravedono tracce della legenda latina, interrotta e irregolare a causa della coniazione tipica delle macuquinas. L’iscrizione, nella sua forma completa, recita: PHILIPPVS • IIII • DG • HISPANIARVM REX, dove PHILIPPVS IIII6Anche se oggi per il numero quattro usiamo la forma “IV”, all’epoca la grafia “IIII” era una convenzione diffusissima, scelta perché più semplice da incidere sui metalli e molto più equilibrata visivamente). identifica il sovrano, D G sta per Dei Gratia (per grazia di Dio) e HISPANIARVM REX significa “re delle Spagne”. È di fatto una dichiarazione di autorità: anche in forma frammentata, la moneta mantiene la sua funzione di rappresentazione imperiale.

Il rovescio: le Colonne d’Ercole e il Plus Ultra

Sul rovescio della moneta compaiono le Colonne d’Ercole – sormontate anch’esse da una corona reale – che poggiano su un mare stilizzato con onde schematiche alla base della composizione. L’insieme riprende la simbologia tipica della monetazione imperiale spagnola, in cui i confini del mondo conosciuto erano rappresentati in corrispondenza dello stretto di Gibilterra, oltre il quale, secondo la concezione classica, si estendeva l’ignoto. Il motivo delle colonne assume quindi un valore simbolico legato al superamento di questo limite geografico e concettuale.

Tra le colonne si sviluppa il motto PLUS ULTRA, chiaro ribaltamento della più antica espressione “non plus ultra”, utilizzata per indicare proprio tale confine invalicabile. Il passaggio da una formula all’altra esprime in modo diretto il cambiamento di prospettiva legato all’espansione oceanica della monarchia spagnola.

È nuovamente presente il valore 8, già riscontrato sulla faccia principale e riferito agli 8 Reales, insieme al numerale ordinale IIII del sovrano e una lettera F di difficile interpretazione, probabilmente identificativa dell’officina o di un marchio di coniazione locale della zecca.7Inizialmente avevo ipotizzato potesse trattarsi dell’iniziale di Felipe, ma le mie pseudo ricerche numismatiche sembrerebbero smentire questa romantica teoria

La legenda lungo il bordo, sebbene fortemente consumata, lascia ancora intravedere una sequenza coerente: POTOSI • ANO 1652 • EL PERV. Il nome della zecca si conserva solo in parte, con soltanto le ultime due lettere ancora leggibili, mentre l’anno di coniazione 1652 è chiaramente visibile, fatta eccezione per la parte superiore della cifra iniziale, erosa dall’usura e dalla battitura irregolare. Nelle parole POTOSÍ e AÑO l’assenza di accenti riflette la consuetudine epigrafica delle emissioni monetali del periodo, in cui i segni diacritici venivano generalmente omessi per ragioni tecniche e di incisione. Chiude l’iscrizione il riferimento al Vicereame del Perù, cui apparteneva la città di Potosí, espresso nella forma arcaica EL PERV (dove la V sostituisce la U secondo l’uso dell’epoca).

Il confronto con una macuquina del 1657, in migliore stato di conservazione, consente di confermare la corretta lettura delle iscrizioni:

Due mondi interconnessi

Stringere tra le dita questo suggestivo pezzo da otto significa entrare in contatto con un oggetto che attraversa la storia reale prima ancora di diventare immaginario. Non è più pura finzione, ma la trasformazione di una preziosa testimonianza del passato in un simbolo perfetto di un mondo di fantasia. In questo senso Monkey Island non reinventa la storia: lo rielabora, lo semplifica e lo trasforma, mantenendo però intatta la sua radice originaria.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui l’atmosfera del gioco funziona così bene; perché in fondo quel mondo era già tutto vero.

2 pensieri su “Pirati, tesori e pezzi da otto

  1. Articolo interessante, alcune delle nozioni mi erano del tutto sconosciute. Se ti interessa la numismatica in generale e vuoi approfondire l’argomento posso indirizzarti verso un mio collega che è un esperto (ha scritto libri e spesso è oratore nei convegni).

    1. Mi avrebbe fatto molto comodo il tuo collega, visto che ho impiegato circa una settimana di studio per mettere insieme queste informazioni (e, in tutta sincerità, non sono del tutto certo possano essere precise al 100%).
      Magari se hai la possibilità di passargli il link, potrebbe verificare se ho scritto qualche castroneria, o identificare in qualche modo i monogrammi.
      Da ignorare completamente le tre immagini centrali, che ho generato con l’intelligenza artificiale giusto per dare un po’ di colore all’articolo; in particolare lo schema delle rotte commerciali, che in linea di massima mi sembra sensato ma vai a sapere… :)

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