Mestieri – Il palo della luce

Io di mestiere faccio il palo della luce.

Avrei preferito essere un albero, ma a conti fatti va bene lo stesso: ho radici di cemento, è vero, ma sono alto abbastanza da vedere tutt'intorno, e poi non ho il fastidio di spogliarmi d'inverno o il solletico di farmi crescere foglie nuove in primavera.
Che poi capita che d'estate un rampicante di quelli matti, bucando l'asfalto, mi si attorcigli addosso, con carezze rustiche e tenaci, anche se poi si sa che esce dalla canonica la perpetua e lo strappa via con vigore perché le fa disordine.
E comunque non sono meno vivo di un albero, malgrado le apparenze. Ho la mia vita sociale, niente male, varia. Tipo gli storni che si allineano sui fili e strepitano che vien Natale, o i cani che mi pisciano sui piedi e le lucertole che filano in alto a zigzag quando scotto d'estate.

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Adulterazioni

Visto che mi concedete questi ottì vagamente letterari, alcune adulterazioni per salvarsi il sangue: attenzione potrebbero contenere un linguaggio offensivo per alcuni ed immagini che infastidirebbero un ragazzino sotto i sedici: se sei un ragazzino sotto i sedici, lascia stare, skippa questo messaggio, fai dell'altro, accenditi la radio: agli altri buona lettura.

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Matite e temperamatite

CAPITOLO 6 – Oggetti di uso quotidiano

4.1 Matite e temperamatite

Possiamo definire la matita come uno 'strumento per scrittura e disegno, costituito da un sottile cilindro di un impasto di grafite o di altre materie coloranti (mina), racchiuso in una guaina di legno dolce o in un astuccio metallico o di plastica a funzionamento semiautomatico'

Devoto-Oli, Bergamo 1987

Ma come si chiama la parte di matita che viene gettata quando la matita viene temperata?
Non esiste un termine scientifico preciso e, per capirne il motivo, dobbiamo ripercorrere brevemente alcuni importanti momenti di storia recente.
Nel 1973, quando la O.N.D.A. (Organo Nazionale Denominazioni e Attributi) rilevò l'obsoleto termine 'lapis' a favore dell'ormai corrente 'matita', venne emanata una circolare in cui si invitava a sostituire nei composti i due termini: così 'temperalapis' divenne 'temperamatite'. Tuttavia anche allora non si ritenne opportuno specificare la denominazione degli scarti della matita temperata.
Nel 1982 Manuele Corsi, linguista e glottologo, propose i nomi 'temperatura' o 'tempera' della matita, che non vennero adottati a causa della possibile ambiguità che potevano originare.

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La Titti

Chi ha letto il precedente aneddoto sui condizionali sa che, dopo aver lasciato Tucano, Sandokan e Jonathan alla loro sorte, conobbi la Titti. La Titti era un po' particolare, di quelle tipe un po' new age ma che amano le belle macchine, una di quelle un po' piccanti ma sempre discrete, di quelle che non disdegnano lo sport ma adorano mangiare, di quelle che adorano mangiare quello che cucini ma non vestire quello che regali loro, di quelle sempre un po' indecise ma intraprendenti, di quelle un po' donne e un po' bambine, di quelle un po' mamme e un po' nonne, di quelle un po' così e un po' colà.
La Titti era una testa di cazzo.

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Sui condizionali

Ho sempre pensato di non essere un grande lettore o un grande scrittore. Mi sbagliavo, sono un grande scrittore. O quantomeno potrei esserlo.
Questo mi fa venire in mente quando mia moglie mi ha lasciato.
Le dissi: «Sarei potuto essere qualcuno!»
Lei: «Chiunque POTREBBE essere qualcuno…» e se ne andò.
Almeno, PENSAVO che se ne fosse andata, da fuori della porta non riuscivo a capire se era tornata in salotto o mi stava controllando dallo spioncino.
Quello l'aveva preso da sua madre, la signora Grazia: un giorno la signora Grazia andò alla porta e vi scoprì un piccolo foro: sua figlia le aveva rubato lo spioncino.

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Funamboli

Gli annunci li hanno scritti coi gessetti colorati sui pali della luce. La gente del paese li va a leggere incuriosita.

«Cerchiamo funamboli»

I ragazzini pensano subito al circo, corrono in piazza, ma non c'è. Chiedono al prete che passa svolazzando, e non ne sa niente.
«Qui in paese non c'è posto, sarà fuori.» e corre via a benedire le case, ché è primavera.
Prendono le biciclette fuori di scuola e si sparpagliano per i campi, ma si fermano a far merenda con pane e zucchero, e tra le gambe aperte si scambiano figurine sull'erba.
Ce n'è uno che non ha la bici ed è rimasto davanti alla chiesa, e non ha neanche il pane con lo zucchero ma ha tante idee che scappano come lentiggini. Guarda in su e un attimo dopo è in cima, nella cella campanaria, e da lì lo vede, e chiama gli altri picchiando la campana con un sasso che gli porta fortuna in tasca.

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Tarli 2

Non so, adesso mi sembra che stiano esagerando.
Devono essere stati dappertutto, dalla soffitta alla cantina, forse anche in quel soppalco col tetto spiovente dove non guardo mai perché ci vuole una scaletta – e lo stesso non ci arrivo -, e dentro è buio.
Avranno aperto bauli di cui avevo buttato la chiave, o forse persa in qualche trasloco, e scardinato, ma con le loro zampette abili e gentili, cassetti incastrati da grumi di polvere e scaglie di sapone.
Hanno esplorato la metà nascosta della mia casa, quella dove non vivo più. E non so proprio dove possano averla ritrovata, dato che sono sicura di averla buttata via tanti anni fa; era deformata, schiacciata, e perdeva i pezzi.
Stasera al rientro me la vedo lì in mezzo al tavolo di cucina.
La corona d'alloro della laurea, dico, ed è lucida come nuova, ghirlanda perfetta con i fiocchetti rossi ben tesi e stirati.
Che è proprio la mia lo riconosco dall'odore, c'è dentro un passaggio di aria fredda e profumata di marzo come quel pomeriggio sotto i portici ventosi, e una punta di dolceamaro di after-eight e mimose. Le foglie sono come allora, forti e orgogliose, di verde intenso coi margini pungenti, e sfiorandole con le dita mi passa dentro la vitalità di una strana importante nostalgia.
Al centro della corona c'è poi quell'altra sorpresa, e ancora non ci credo: una composizione da artisti, l'accostamento di colori, densità e bellezza.
E' una torta, una millefoglie che splende di zucchero al velo e trattiene fra gli strati frastagliati sbavature di crema color oro velato. Sulla superficie contornata di minuscole meringhe di madreperla un pasticcere di gran gusto ha scritto con la sua siringa da calligrafo, in un bel corsivo Inglese di cioccolato fuso:

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Tarli

Sono tornati.
Non so chi siano né come facciano ad entrare e uscire indisturbati, eppure ogni tanto passano da casa mia mentre sono fuori e combinano qualcosa.
Ogni volta una novità, e tutte incomprensibili. Non fanno danni, no, non rompono oggetti né lasciano scritte sulle pareti. Non rubano nemmeno, tutt'al più a volte ho notato che avevano spostato qualcosa, ma non mi è mai mancato niente. Loro lo sanno che sto fuori tutto il giorno e nessuno può controllarli. Entrano senza scassinare la porta, senza spaccare vetri, come se avessero le chiavi o meglio ancora come se passassero attraverso le fessure.

Devono essere più di uno perché una sera ho trovato il letto spostato sul lato opposto della camera, di faccia alla finestra. Ed è un letto antico, era dei miei nonni, l'ho salvato dalle voglie dei rigattieri che avevano soppesato tutto quel noce massiccio. E' un lettone di una volta, un po' troppo grande per me da quando vivo sola, ma non potrei più dormire in un letto piccolo, ormai. Adesso che dopo tanti anni me lo son trovato sistemato di faccia al balcone ho scoperto che è meglio così: mi piace intravedere il chiarore dei lampioni notturni dalla fessura in basso, e la mattina mi entra un pallore che mi tiene compagnia nell'ultima insonnia. Non l'ho più rimesso al suo posto.

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Un verme in un orecchio

Sono una donna malata. Ho un millepiedi che attraversa il mio corpo, entra da un orecchio traforandomi il timpano (quello sinistro, dalla parte del cuore) poi s'infila nella trachea procurandomi una nausea indescrivibile con i suoi vischiosi movimenti di lombrico, e scende giù giù giù, spezzandomi la pancia in due sezioni simmetriche, intubandosi nell'arteria femorale e sbucando poi dal dito di un piede. E non è che sta ferma 'sta odiosa creatura: si agita e sceglie ogni giorno un delta differente per le sue puntatine all'esterno.
Che dolore! Che fastidio! Vorrei liberarmene, eppur non riesco. Ho tentato di corromperlo offrendogli un terreno migliore ove svisciare: la mia amica Stefania, te la presento bruchetto, guarda è tenera e bella in carne, il suo corpo di giovane dottoressa informatica sarà per te un delicato dessert dalla testa ai piedi. Mangia solamente cibi di colore bianco e non beve altro che champagne. Ti ci troverai bene, dentro… Niente, vuole me. Me che sono tutta un marciume indescrivibile, me che sono asprigna, coriacea e per niente nutriente, me – Ittica – che dio solo sa quanto poco di digeribile possa offrire al banchetto universale degli invertebrati in un momento come questo. Ma sarà proprio quel che va cercando il bacherozzo (che gusti! bleah) e ogni giorno mi sveglio con la mia bella anguilla schifosa a fianco che non si perde un sol minuto della mia coscienza: appena mi schiodo dall'ultimo sogno notturno è pronto ad infilarsi nell'orecchio e ad uscire chissà dove.

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